Verso una filiera più sostenibile: nasce la Core-PCR per il latte

Simone Bastianoni, dipartimento di Scienze Ambientali – Università di Siena

 

Misurare in modo rigoroso l’impatto ambientale della produzione di latte è oggi una priorità strategica per l’intera filiera lattiero-casearia. Da questa esigenza nasce la prima Product Category Rule (PCR) specifica per il latte bovino, bufalino, ovino e caprino, proposta dall’Università di Siena e dall’Università di Pisa in collaborazione con ICMQ. La nuova Core-PCR, che sarà adottata per le future pubblicazioni delle Environmental Product Declarations (EPD) all’interno del sistema EPDItaly, fornisce una cornice metodologica univoca per garantire trasparenza, comparabilità e affidabilità dei dati ambientali. Un passo fondamentale per sostenere la competitività delle aziende italiane nel contesto della transizione ecologica e del Green Deal europeo.

Oggi più che mai la sostenibilità è un tema imprescindibile. Come sta affrontando la transizione ecologica il mondo universitario e quali sono i punti su cui vi state orientando?

La sostenibilità rappresenta senza ombra di dubbio una delle sfide più urgenti e complesse del nostro tempo. Il mondo universitario ha un ruolo cruciale nel guidare la transizione ecologica attraverso la ricerca, la formazione e il trasferimento tecnologico. La scienza ha già fatto molto per diagnosticare i problemi e proporre soluzioni. Manca “solo” un’azione politica che sia in grado di trasformare il ventaglio delle soluzioni proposte in reali “terapie” per questioni che sono sempre più urgenti e sotto gli occhi di tutti.

Oggi lavoriamo per raffinare metodi scientificamente robusti e strumenti operativi che permettano di misurare, valutare e migliorare le performance ambientali dei sistemi produttivi. In particolare, ci stiamo orientando verso approcci integrati, basati sull’analisi del ciclo di vita (LCA), sulla contabilità ambientale e sulla definizione di indicatori di circolarità. L’obiettivo è duplice: da un lato fornire supporto decisionale a imprese e policy maker, dall’altro formare una nuova generazione di professionisti capaci di gestire la complessità della sostenibilità in modo sistemico.

 

Insieme a ICMQ avete iniziato un importante percorso per implementare la prima PCR dedicata al latte bovino, bufalino, ovino e caprino. Come è iniziato tutto e perché avete preso questa decisione?

Vorrei subito precisare che tutto è cominciato grazie ad Agritech, Centro Nazionale per lo sviluppo delle Nuove Tecnologie in Agricoltura, uno dei 5 Centri Nazionali dedicati alla ricerca di frontiera finanziati attraverso il MUR dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) nell’ambito della Missione 4 “Istruzione e ricerca” – Componente 2 “Dalla ricerca all’impresa”.

L’iniziativa è nata quindi da un’esigenza concreta, condivisa sia dal mondo accademico che dagli operatori del settore, di dotare la filiera lattiero-casearia italiana di uno strumento tecnico-scientifico capace di rendere comparabili e verificabili le informazioni ambientali associate alla produzione di latte. Abbiamo deciso di avviare questo percorso proprio per colmare un vuoto normativo e metodologico: fino ad oggi, mancava in Italia una Product Category Rule (PCR) specifica per il latte che tenesse conto delle peculiarità delle diverse specie animali e dei contesti produttivi locali. Il lavoro è stato portato avanti dai gruppi di ricerca Ecodynamics Group dell’Università di Siena (da me co-coordinato), e dal Pisa Animal Science Team dell’Università di Pisa coordinato dal prof. Marcello Mele, così da mettere insieme il fondamentale tassello delle conoscenze zootecniche con l’applicazione della metodologia LCA nelle filiere lattiero-casearie. Ci siamo inoltre avvalsi delle competenze di Tellus srl per i rapporti con le imprese e dell’esperienza nello sviluppo di PCR di INDACO2 srl.

La nostra ambizione è contribuire a una maggiore trasparenza e a una più consapevole gestione della sostenibilità lungo tutta la filiera, oltre che valorizzare le peculiarità delle produzioni italiane. La collaborazione con ICMQ è stata naturale: si tratta di un ente con un’esperienza consolidata nei sistemi di certificazione.

 

Qual è l’importanza, dal punto di vista scientifico e ambientale, della disponibilità di una PCR specifica per il latte, e quali impatti può avere sulla filiera agroalimentare italiana?

La disponibilità di una PCR specifica rappresenta un punto di svolta. Dal punto di vista scientifico, significa avere a disposizione una cornice metodologica rigorosa e condivisa, che consenta di calcolare l’impronta ambientale del latte in modo coerente e comparabile. Questo è fondamentale per garantire la qualità e l’affidabilità delle dichiarazioni ambientali, come le Environmental Product Declarations (EPD). Dal punto di vista ambientale e industriale, una PCR aiuta a identificare le criticità lungo il ciclo di vita del prodotto, stimolando interventi mirati di miglioramento, innovazione tecnologica e ottimizzazione delle risorse. Per la filiera agroalimentare italiana, parliamo di uno strumento strategico: consente alle aziende di valorizzare le proprie performance ambientali, prevenendo fenomeni di greenwashing e rafforzando così la competitività sui mercati nazionali e internazionali, con effetti positivi sugli obiettivi di sostenibilità del Green Deal europeo.

 

Il percorso è solo all’inizio. Quali saranno gli step futuri?

Abbiamo completato una prima fase cruciale, quella di definizione e validazione della PCR attraverso un processo partecipato che ha coinvolto esperti, operatori di filiera, enti certificatori e stakeholder istituzionali. I prossimi step prevedono la promozione e l’adozione della PCR da parte delle aziende, accompagnata da attività di formazione, supporto tecnico e sperimentazione sul campo.

Parallelamente, stiamo già lavorando per estendere il lavoro anche ad altre categorie di prodotti derivati, come i formaggi, in un’ottica di coerenza metodologica e tracciabilità ambientale. Inoltre, ci impegneremo a monitorare l’efficacia della PCR nel tempo, aggiornandola in base all’evoluzione scientifica, tecnologica e normativa. La finalità ultima è costruire un ecosistema virtuoso in cui sostenibilità e competitività si rafforzino reciprocamente.